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lunedì 16 novembre 2015

Terrorismo sui social media


Dopo la strage di venerdì 13 novembre 2015 svoltasi a Parigi, in questi giorni si sta discutendo sempre più sull'importanza dei social network e di come l'Isis stia agendo attraverso questi. Ormai con i sociali anche le azioni di intelligence si possono scoprire e diffondere prima della loro realizzazione, un esempio evidente è la notizia del raid che ha portato all'uccisione di Osama Bin Laden, raccontata inconsapevolmente
da un utente di twitter prima di tutti, prima ancora del
presidente americano Barack Obama.
Internet,peró,  puó essere anche usato in maniera negativa, infatti l'Isis sta applicando un programma di proselitismo digitale e per manovrare questa propaganda velocemente hanno appreso le competenze di montaggio video e l'utilizzo strategico dei social media, creando sempre più preoccupazioni.
Questa abilità dello Stato islamico ha preso alla sprovvista il "pubblico" occidentale, che si è trovato di fronte ad una quantità di video, tweet, messaggi e hashtag propagati da componenti o simpatizzanti del gruppo.
Ci sono però, anche dati positivi, infatti secondo la società di web intelligence Recorded Future, dopo la morte di James Foley furono rimossi 60mila account twitter di simpatizzanti dell'Isis grazie agli hacktivisti, al punto da arrivare a dimezzarli.

Rilevante è anche il fatto avvenuto nei giorni scorsi nel popolare sito "google traduttore" in cui si sono registrati dei casi di traduzioni alquanto sospette: inserendo la frase "ci rivedremo presto" in qualsiasi lingua si richiedesse di tradurre, veniva come risultato "inshallah", termine arabo significante "se Allah vuole". Non è stato ancora accertato se quanto accaduto sia stato solo frutto di uno scherzo o se l'Isis abbia manomesso il sito per creare ancora una volta allarmismo.

Gli Stati Uniti e alcuni alleati nella coalizione anti-jihad hanno intrapreso una serie di contro-strategie dal lancio di hashtag come #ThinkAgainTurnAway che cercano di scoraggiare i sostenitori a ripetere atti di terrorismo.
La condivisione di video e immagini sensibili come decapitazioni, fucilazioni, violenze su minori non può che fare il gioco dei terroristi, perché non sta generando consapevolezza, ma solo panico collettivo.
Per questo si invita a partecipare alla campagna #IsisBlackOut, ovvero si chiede di non contribuire a diffondere il panico attraverso la condivisione di decapitazioni poiché è proprio il mezzo di propaganda della jihad.
Brian Torre, Valeria Lo Monaco

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