Si accendono le luci, il sipario si apre, e sulla scena appare ancora una volta Sherlock Holmes, ancora il brillante e complesso detective, ancora l’irrinunciabile Watson. I loro volti si perdono nella molteplicità dei loro interpreti, sfumano nelle parole schiette e coincise di Arthur Conan Doyle, sfuggono allo sguardo, eppure sono qui, nel nostro immaginario, nella routine del nostro arco di pensieri, nella nostra testa. Non ce ne siamo mai liberati, né mai abbiamo voluto.
Con la pubblicazione di “Uno studio in rosso”, in quell’ormai epocale 1887, Conan Doyle, vestito del solo intento di arrotondare i suoi magri guadagni di medico di provincia, diede alla luce un archetipo. Sin dalle prime parole, dai primi tratti, sin dai primi racconti pubblicati sulla rivista "Strand Magazine", egli riuscì a catturare gli occhi dei lettori, li animò di passione, li conquistò, e fece di un un consulente investigativo una leggenda. E di leggende e miti se ne raccontano a bizzeffe sulla sua figura, miti che tuttora eclissano l’instabile verità, irrisolvibili se non dallo stesso Holmes, miti che accrescono il simbolo, come le tesi dei più accaniti holmesiani che affermano che Sherlock Holmes è esistito veramente, e che Arthur Conan Doyle non era che l’agente letterario del Dottor Watson, a sua volta esistito, voci intriganti e stucchevoli.
Il successo spropositato incontrato dai racconti e le continue, pressanti richieste di nuove pubblicazioni, infastidirono Doyle a tal punto che, esasperato e intento a farla finita una volta per tutte, fece morire il suo personaggio al culmine di una disperar lotta contro l’arcinemico professor Moriarty. Scoppiò letteralmente l’isteria, o così è luogo comune raccontare. Non era concepibile lasciare che una figura di tale portata e di tale profondità e interesse tramontasse come il suo secolo natale, ormai agli sgoccioli, sul far del ‘900. Si dice che ventimila persone annullarono la loro iscrizione allo Strand Magazine, che arrivarono migliaia di lettere di protesta, e migliaia di persone scrissero allo stesso Doyle, pregandolo di riportare in vita Sherlock Holmes. Addirittura si parla di prime pagine dedicate alla sua morte, di obituari, di persone che indossarono fasce nere per testarde in segno di lutto.
Non c’era più nulla da fare: Doyle fu costretto a far riemergere il suo eroe, nonostante ritenesse che le avventure di Holmes lo distogliessero dal realizzare opere di più alto valore artistico. La popolarità del grande detective aumentò ulteriormente: sembrava esser direttamente proporzionale allo scorrere del tempo. Presto spopolò anche in teatro, ed ebbe l’indubbio onore di essere stato uno dei primi personaggi letterari a subire una trasposizione cinematografica (mentre l’onore di esser trasposto cinematograficamente per l’ultima volta non l’ha ancora avuto!). Tra i volti del segugio di Baker Street ricordiamo William Gillette, John Barrymore, Basil Rathbone, che arrivò ad interpretarlo in quattordici pellicole, e Jeremy Brett.
Il mondo sembrava non essere mai sazio di Sherlock Holmes, ne era affamato e vorace, tanto che, proprio ad accontentare gli appassionati cui non bastavano più le avventure originali, si diffusero in tutto il mondo fascicoli non autorizzati di racconti su di lui, imitazioni e parodie, placatesi solo, anni dopo la morte di Conan Doyle, con l’avvento dei racconti del figlio Adrian. Da allora l’acuto detective non ha fatto che risolvere nuovi misteri in una serie infinita di romanzi e racconti “apocrifi”, ad opera di numerosi autori. E tutt’oggi ne respiriamo la grandezza, ne assaporiamo i ragionamenti e le disquisizioni, ne assorbiamo l’influenza. Tutt’oggi un grande masso del nostro immaginario è nato dai semi delle descrizioni di Watson e dalla razionalità di Holmes, e non potremmo esserne più pervasi.
Quella di Sherlock Holmes è dunque la storia di un personaggio costante, or ora quasi intrinseco e innato nelle nostre menti, la storia di un personaggio quasi odiato dal suo stesso autore, la storia di una resurrezione quasi più acclamata di quella di Cristo, la storia di un uomo che continua a vivere ogni giorno della sua esistenza nell’attuale di sempre, e che non solo ha lasciato una traccia, ma che credo continuerà a lasciarne. E fidatevi, non ci vorrà un altro detective per decifrarle.
Erica Vallerga

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