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domenica 22 novembre 2015

Isis: tra petrolio e rete

La sera di venerdì 13 novembre 2015 Parigi è stata al centro di una serie di violenti attacchi terroristici che hanno provocato moltissime vittime e che hanno sconvolto il mondo intero. Gli attentati, rivendicati dall’ISIS, sono avvenuti quasi in contemporanea in vari luoghi della citta: lo Stade de France, alcune strade e ristoranti della zona a Nord-Est di Parigi e il sala da spettacolo nella quale era in corso un concerto e nella quale sono state uccisi moltissimi giovani.

   
Le vittime degli attacchi sono 129, mentre i feriti sono più di 350, molti dei quali sono in condizioni gravi.
Il recente attentato di Parigi ha fatto nuovamente precipitare la Francia e il mondo in un clima di sgomento e terrore. Dopo l'attentato a Charlie Hebdo di pochi mesi fa nessuno sembrava aspettarsi un nuovo episodio di questa portata. I vertici dei servizi segreti dei più importanti paesi europei sono concordi nel dire che, nonostante la prevenzione, nessuno Stato può dirsi sicuro al 100% . La soglia di allerta nelle capitali europee è ai massimi livelli: Roma è considerata un obbiettivo sensibile a causa del Giubileo ma anche Londra è al centro del mirino e nella stessa Parigi non è stata abbassata la guardia e si cerca ancora l'attentatore sfuggito ai controlli della polizia. A fronte di questo attacco al cuore dell'Europa, è cresciuta la polemica nei confronti dell'immigrazione e della politica di accoglienza dei rifugiati siriani. In questi giorni, in cui molti cittadini europei si interrogano sulla propria sicurezza e molti ritengono che le politiche di accoglienza vadano riviste, èdunque opportuno chiarire a quale organizzazione appartengano gli attentatori, anche per evitare reazioni antimusulmane diffuse, che non distinguano fra terrorismo e fede religiosa,che ognuno è ovviamente libero di esercitare nel rispetto delle leggi degli stati ospitanti.
Isis è una sigla che sta per Stato Islamico dell’Iraq e della Siria e indica l’organizzazione armata estremista, nata come Stato Islamico dell’Iraq (Isi) e inizialmente affiliata ad Al Qaeda da cui si è poi resa indipendente. Il 29 giugno 2014 questo gruppo ha annunciato la creazione di un califfato islamico nei territori controllati tra Siria e Iraq e ha nominato il proprio leader Abu Bakr al-Baghdadi “califfo dei musulmani”. L’obiettivo è quello di ridefinire i confini del Medio Oriente cancellando ogni traccia dell’attuale occidentalizzazione.


Il califfato si estende da Aleppo, nel nord della Siria, alla regione di Diyala, nell’est dell’Iraq. Attualmente occupa un territorio di circa 270 mila chilometri quadrati e oltre 10 milioni di persone vivono sotto il suo controllo. Alla causa dell’Isis hanno aderito più di 80.000 combattenti che hanno fatto crescere in modo esponenziale un gruppo terroristico che, fino a tre anni fa, contava circa un migliaio di militanti armati. Questa impennata di adesioni è legata anche alla situazione economica dello Stato Islamico che in poco tempo è riuscito a diventare il gruppo terroristico più ricco al mondo con un patrimonio superiore ai 2 miliardi di dollari. Una cifra impressionante resa possibile anche dagli introiti derivanti giornalmente dal petrolio che frutta ben 3 milioni di dollari al giorno. Dati i mezzi tecnologicamente avanzati utilizzati dall’Isis per la guerra in molti pensano che ci siano anche ulteriori forme di finanziamento.
Lo Stato Islamico fonda buona parte della sua strategia del terrore sulla sua capacità di diffondere in modo capillare i propri contenuti sul web. Twitter, Facebook, YouTube e vari blog si sono infatti affiancati al classico messaggio inviato alle emittenti televisive consentendo una vera e propria invasione mediatica e una propaganda mondiale.
L’intenzione è quella di creare un vero e proprio marchio del terrore. La punta di diamante di questa macchina terroristica è ovviamente la diffusione dei video, in aumento negli ultimi mesi, in cui l’Isis mostra in modo crudo e spietato l’uccisione degli ostaggi caduti nelle proprie mani. Volendo individuare un inizio in questa ondata di immagini strazianti si può fare riferimento al video diffuso il 19 agosto con cui i jihadisti (termine derivato da "jihad", "guerra santa") dello Stato Islamico hanno reso nota al mondo la decapitazione di James Foley, giornalista statunitense rapito in Siria nel 2012. Il filmato ha dato il via ad una serie di minacce e ricatti che hanno portato all’esecuzione, sempre accuratamente filmata, anche di altri tre giornalisti, un americano, un francese ed un inglese.
Internet può quindi essere considerato uno dei campi di battaglia fondamentali del Califfato che, alle pratiche medioevali delle teste mozzate, affianca un sapiente uso della comunicazione con tanto di rivista ufficiale, radio e persino il progetto di una televisione. I social media sono il principale veicolo d’informazione dello Stato: basta guardare i profili Facebook, Instagram e Twitter dei combattenti della jihad per comprenderne l’efficacia. Ci sono poi i social usati per il reclutamento alla guerra Santa e applicazioni che consentono di scambiarsi messaggi in forma anonima. Per le comunicazioni vocali invece vengono preferiti Skype e Viber. Strumento di questa strategia è anche un’app in lingua araba per Twitter, denominata ‘Dawn’ utilizzabile sul web o sui dispositivi mobili. L’app posta i tweet dell’Isis sull’account degli utenti e rilancia proclami e video propagandistici. In rete circola anche un rivista in Pdf molto curata nell’aspetto e nella grafica, destinata probabilmente alla stampa per raggiungere anche chi non è connesso. ‘Dabiq’ è la rivista ufficiale, il primo numero della quale è uscito in rete con il titolo ‘The return of Khilafah’ (Il ritorno del Califfato). La tv dello Stato islamico è stata annunciata a gennaio: dovrebbe trasmettere 24 ore su 24, e si affiancherà alla radio ‘Al Bayan’ già avviata da qualche tempo. Inoltre a Raqqa, capitale dell’Isis in Siria, sono stati aperti dei veri e propri info point dove ci si può rivolgere per avere informazioni sul Califfato.


Marzia Curcelli e Eleonora Lacchia

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